Le conseguenze di quanto ho (anzi, abbiamo) dovuto subire sono semplici:
la sorte mia, della mia famiglia, della mia casa e della mia azienda erano
segnate.
Infatti, e io non lo sapevo, nel momento in cui la Cassa di Risparmio
di Roma (ora Banca di Roma) ci chiude i conti anche le altre banche (con
cui i rapporti erano sempre stati corretti) non possono muovere un dito
per aiutarmi. Anzi sono costrette via via a chiedere il rientro perchè
la mia azienda è diventata inaffidabile.
Metto 30 milioni in BOT a garanzia sul Nuovo Banco Ambrosiano per portare
il fido da 20 a 50 milioni, ma pure loro alla fine mi dicono che devono
chiudere il rapporto.
Il bello è che dal punto di vista economico e produttivo stiamo
andando benissimo. Riusciamo a stare aperti fino a Ottobre '90 perchè
a quel punto non possiamo più pagare l'affitto, ma comunque in questi
dieci mesi fatturiamo circa 1.250 milioni (l'anno prima 1.056).
Ma quando devi fare una produzione di cento o duecento milioni il mese
per un cliente che ti paga dopo un anno non lo puoi fare senza crediti,
e quindi ci siamo dovuti fermare: non potevo ordinare i materiali con la
consapevolezza di non poterli pagare, avrei coinvolto i fornitori in una
situazione che era irreparabile.
E' importante precisare che la produzione da gennaio a ottobre del 1990
non viene finanziata con l'indebitamento, anche se il fatturato sale a
circa 1.250 milioni.
Il ciclo produttivo dei materiali che facevamo per l'esercito era abbastanza
lungo (circa 90 giorni) e quindi avevamo un magazzino in grado di coprire
150/180 giorni di produzione. Alcune fatture dell'Esercito entravano sul
Banco Ambrosiano (e quindi prendevamo il residuo) dove avevamo aumentato
il fido con la garanzia dei miei 30 milioni di BOT, qualche lavoretto extra
entrava... insomma alla fine i fornitori erano fuori solo dell'ultima fattura.
Ma a un certo punto anche l'Ambrosiano ci deve chiudere i conti, perchè
risultiamo insolventi verso la Cassa di Risparmio.
Io crollo psicologicamente (come è ovvio in queste situazioni)
e la DIESSE chiude i battenti, ma nessuno dei fornitori se la sente di
farci gli atti e fare istanza di fallimento: ci conoscono come brava gente,
abbiamo sempre pagato tutti. E poi stanno fuori di poco, quasi tutti dell'ultima
fattura. Alla fine, due anni dopo, si decide la Banca Popolare dell'Etruria
e la DIESSE fallisce per 20 milioni.
A un certo punto mi ritrovo in Tribunale all'iscrizione al passivo (si
tratta del momento in cui i creditori dichiarano la somma che devono ricevere),
dico di si a tutti, ma quando arriva il turno dell'Avvocato della Cassa
di Risparmio di Roma (ora Banca di Roma) che dichiara i 46 milioni mi incavolo:
a loro NO!
E così racconto al Giudice, davanti a tutti, tutta la storia,
per filo e per segno.
Quando ho finito tutti gli avvocati scoppiano in una grandiosa risata,
manco avessi raccontato l'ultima barzelletta di successo. In sostanza dicono:
ma quanto è stronzo questo quì.....
Si vede che non ero aduso alle cose del mondo come loro, buon pro gli
faccia. Il giudice invece dice al Curatore Fallimentare di vedere se può
fare qualcosa per questa situazione.
Mi sembra, quella del Giudice, una posizione riduttiva: in fin dei
conti sono un Amministratore che denuncia pubblicamente un torto subito.
Mi aspettavo, che so, metta le sue dichiarazioni a verbale, ci faccia una
raccomandata.....
Mettetevi nei miei panni: sto alla fame, mezzo disoccupato, la vergogna
di stare in Tribunale come uno che non ha pagato i debiti, gli avvocati
che si scompisciano dal ridere, il giudice che dice "veda un po"....
Fuori dall'aula l'avvocato della Cassa di Risparmio (ora Banca di Roma),
una giovane signora rampante e elegante, mi rincorre e mi tiene mezz'ora
per spiegarmi che la banca ha fatto bene ad agire così, era nel
suo diritto perchè doveva proteggere i propri interessi, gli azionisti,
i depositanti, i risparmiatori... mentre io annuisco paziente e non vedo
l'ora di andarmene.
Il Curatore, che è una brava persona, mesi dopo mi dice che se
voglio posso fare causa alla Cassa di Risparmio di Roma, ma con scarsissime
probabilità di spuntarla.
Il motivo, mi spiega, è che l'erogazione del mutuo e il contestuale
versamento degli 86 milioni sui conti della DIESSE è avvenuto il
22 di Marzo.
La lettera con cui la Cassa di Risparmio di Roma ci blocca i conti
e ci chiede indietro altri soldi è del 23 Marzo, il giorno
successivo. (E' vero che ci richiede gli stessi soldi che gli avevamo versato
il giorno prima, ma queste, avrebbe detto Totò, sono quisquilie,
pinzellacchere....)
Se io potessi provare che la decisione era già stata presa il
22 potrei accusare la banca di malafede, o peggio. Ma non potrò
mai "provare" questa cosa.
Agendo il giorno successivo la Cassa di Risparmio di Roma ha esercitato
un suo diritto contrattuale, che gli consente la revoca degli affidamenti
in qualsiasi momento.
A me sembra ovvio che tutta l'operazione fosse stata condotta in malafede,
ma a quanto sembra in Tribunale ci vogliono le "prove", specie se hai a
che fare con uno grosso e potente.
E questa opinione è quella che mi daranno poi diversi avvocati
nel corso degli anni.
Ce li ho i soldi per affrontare una causa pluriennale contro una delle
più potenti banche italiane, e per giunta dall'esito incerto?
No, non ce li ho, sono sul lastrico. Cornuto e mazziato, direbbe ancora
Totò.
Il fallimento della DIESSE si chiude bene per me che ne sono sempre
stato l'Amministratore. I conti sono in ordine, non manca neppure una vite,
e mi sono preoccupato, dopo la chiusura dei locali, di trasportare macchinari
e attrezzature presso aziende di amici per evitare che finissero in qualche
deposito giudiziario e si distruggessero alle intemperie.
Bancarotta semplice (l'unica di quell'anno al Tribunale Falimentare
di Roma, le altre sono state tutte fraudolente)
A questo punto mi sento con la coscienza a posto, ho aspettato otto
anni, e decido che farò comunque causa alla Banca, se la perdo pazienza.
Preparo un dossier e parlo con un paio di avvocati, minaccio sfracelli!
Ma c'è una coda strana nel 1998, quando il procedimento dovrebbe
ormai essere stato archiviato da tempo (Da circa otto mesi. Me lo aveva
confermato proprio il Curatore Fallimentare che dietro mia richiesta era
andato a verificare in Tribunale)
Mi arriva un avviso di garanzia e vengo processato.
Qualche attento detective ha riesaminato tutta la documentazione della
DIESSE depositata in Tribunale dal Curatore Fallimentare, e ha scoperto
la magagna: nel periodo intercorso fra la cessazione dell'attività
(chiusura dei locali) e la dichiarazione di fallimento non ho tenuto la
contabilità.
E come facevo a tenerla, mi giustifico. Tutti i crediti erano ceduti
o indirizzati, e sono rientrati alle banche fino all'ultima lira, ho conservato
tutto e gli ho fatto ritrovare pure i bulloni...
Il Curatore viene a testimoniare in mio favore (Di Stefano è
una persona corretta, etc) e lui stesso aveva giudicato ininfluente la
circostanza.
Niente. Dato che mi agito parecchio e rischio di diventare irriguardoso
verso la Corte, il Pubblico Ministero mi spiega che hanno capito benissimo
che non ho agito in malafede, infatti la pena minima è di sei mesi
ma loro me ne danno solo quattro! Sono proprio fortunato, non c'è
che dire. Naturalmente con la condizionale. Doppia fortuna, a Rebibbia
non ci devo andare, vuoi mettere.
Però a questo punto mi viene in mente una famosa barzelletta
sovietica.
Un tale, da tempo internato in un gulag siberiano, vede scendere dal
camion dei nuovi arrivati un suo vecchio amico.
- Vassilly, anche tu qui!
Abbracci e saluti………
- Ma quanto ti hanno dato?
- Dieci anni, dice Vassilly
- Dieci anni?! E che hai fatto?
- Niente.
- Questo non è possibile: se non hai fatto niente ti danno solo
cinque anni!
Naturalmente di fare la causa alla banca nemmeno se ne parla, adesso
sono diventato un pregiudicato, condannato per non aver tenuto la contabilità!
La mattina dell'udienza l'avvocato (Avv. Lombardo, del Foro di Roma)
mi fa: ma che hai fatto?
- Niente, e che ne so.
- Guarda che per ritirare fuori queste carte da dove stavano qui si
è mosso qualcuno parecchio per aria.
Mistero. |