Proc.repubbl. Co Trib.pg
PIAZZA GIACOMO MATTEOTTI 29
06121 Perugia (PG)
Roma li 28/12/2004
OGGETTO: Comunicazioni relative al procedimento in corso nell’ambito
dello scandalo al Tribunale Fallimentare di Roma
Spett. Procura della Repubblica
In merito ai fatti in oggetto chiedo di essere sentito, in quanto ritengo
di essere stato fortemente danneggiato in termini economici, di immagine
e di diritto da fatti accaduti nell’ambito dell’attività di detto
Tribunale Fallimentare, per i fatti di seguito esposti.
Chiedo inoltre di essere ammesso come parte civile in detto procedimento.
I fatti sono relativi a:
- Fallimento della DIESSE srl, di cui ero Amministratore Unico e socio
al 50% (l’altro socio era mio padre Guido, ora deceduto), avvenuto nel
1992 (o nel 1993, non ricordo bene ma mi procurerò i documenti relativi).
Tutta la procedura fu gestita dal Curatore Fallimentare Avv. M. Calò.
- Vendita all’asta della casa di proprietà mia e dei restanti
membri della famiglia di origine, coinvolti perché fidejussori della
DIESSE. Vendita curata dall’Avv. B. Gargani
Poiché credo che sia per la vendita dei beni della DIESSE srl
sia per la vendita della casa sono stato, io e i miei familiari, fortemente
danneggiati, chiedo che tutta la posizione venga riesaminata.
Ciò a motivo che dai beni della DIESSE si ricavarono circa 25
milioni delle vecchie lire, mentre la casa è stata venduta all’asta
nel giugno 2003 per 130.000 euro.
La DIESSE srl all’epoca del fallimento fatturava più di un miliardo
di lire l’anno, dava lavoro a 8 dipendenti e quattro/cinque collaboratori
(fra cui i due soci), lavorava per Enti di Ricerca del settore nucleare
italiani e stranieri, e lavorava per le Forze Armate italiane per conto
delle quali eseguiva commesse di centinaia di milioni. Era inoltre qualificata
presso le FF.AA. per la produzione di particolari strumenti ottici (periscopi
per carri armati e visori balistici per autoblindo). E’ singolare che possedesse
attrezzature per soli 25 milioni.
La casa, un villino che si trova in Via Leonardo Da Vinci 25 00040
Pomezia (RM) era stata valutata nel 1990 a circa 380 milioni di lire (circa
200.000 euro). E’ singolare che nel 2003 ne valesse solo 130.000;
Inoltre aggiungo che il fallimento della DIESSE è avvenuto a
causa di una azione delittuosa messa in atto dal direttore dell’Ag. di
Pomezia della Cassa di Risparmio di Roma (già Banca di Roma), consistita
nella falsificazione di atti e del registro di protocollo della stessa
banca allo scopo di dissimulare ed occultare la malafede con cui mi fu
fatta compiere una operazione finanziaria ai miei danni e in vantaggio
della banca stessa.
Che questa dissimulazione, organizzata ed eseguita con consumata abilità
criminale il 22 Marzo del 1990, ha impedito in tutti questi anni che me
stesso e la magistratura potessimo avere la prova dell’illecito da me subito.
Che solo recentemente, il 30 maggio 2004, riesaminando e riordinando
la documentazione della DIESSE che mi era stata restituita dopo essere
stata per lunghi anni nella disponibilità del Curatore Fallimentare,
ho potuto avere la prova documentale del crimine subito, consistente appunto
nella malafede e nella truffa, abilmente occultato con la falsificazione
di atti e registri.
Di tutto ciò ho elevato formale querela depositata il giorno
11 Giugno 2004 presso il mio Commissariato di zona (Commissariato C. Colombo,
V. Percoto 8 Roma).
Querela che allego in copia alla presente e che ritengo esaustiva dei
fatti avvenuti.
Rimandando alla descrizione dei fatti dell’allegata querela, devo dire
che fin dal primo momento ebbi il sospetto che tutta l’operazione ordita
dalla banca fosse fatta in malafede, con lo scopo di colpire me e la mia
azienda per motivi che all’epoca non ero in grado di decifrare minimamente.
Quando, al Tribunale Fallimentare, ci fu l’iscrizione al passivo dei
creditori della DIESSE e venne il turno dell’Avvocato rappresentante la
Cassa di Risparmio di Roma, io mi rifiutai di riconoscere il loro credito
e pubblicamente, davanti al Giudice, al Curatore Fallimentare e a tutti
gli altri avvocati, raccontai per filo e per segno quello che era successo
(anche se ovviamente non avevo la prova della malafede della banca)
La cosa non sortì effetto alcuno, nessuno si diede la pena ne
di verificare se quello che dicevo era vero, ne di sentire il direttore
della banca, nulla di nulla.
Sicuramente in tutto questo c’era di mezzo la mia inesperienza in tema
di leggi e prassi giuridiche (sono un tecnico, non un avvocato), il fatto
di aver subito un tracollo psico fisico a causa della perdita della ditta
(fino al 1997 in una banca non ci sono potuto neanche entrare), e il fatto
di non aver avuto l’assistenza di un legale (ero fallito e disoccupato,
con quali soldi lo pagavo?)
Neanche l’ambiente in cui mi trovavo era granchè favorevole,
perché quando raccontai la storia delle malefatte del direttore
della banca tutti gli avvocati presenti scoppiarono in una gran risata
(ma quanto è cretino questo qui…)
Ma, proprio perché il “fallito” è posto in uno stato di
sudditanza, perde praticamente i diritti civili, è alla mercè
di chi gli si può vendere la casa sottoprezzo, è calato suo
malgrado nella fossa dei serpenti, proprio per questo dovrebbe essere tutelato
da chi ha la funzione e il dovere di farlo.
Per questi motivi vi chiedo appunto di riesaminare tutta la mia posizione,
e di svolgere quel compito di tutela che finora è stato fatto in
modo a dir poco stravagante, visto che della falsificazione di atti e registri
me ne sono dovuto accorgere da solo, fortunosamente e dopo quattordici
anni dai fatti.
E visto che successivamente potrei essere incappato in una nuova serie
di abusi e malversazioni.
Chiedo quindi di essere sentito e di essere ammesso come parte civile.
Con Osservanza
Luigi Di Stefano
Allegati
- Copia della querela elevata il 11 Giugno 2004 (comprensiva di allegati)
- Copia della lettera inviata alla Banca di Roma il 30 Giugno 2004
(a mezzo Racc. A.R.)
- Copia della lettera inviata alla Procura di Perugia il 28/12/2004
(a mezzo Racc. A.R.) |